Fondamentalmente mi e` piaciuto.
Confesso che la cosa che mi ha incuriosito maggiormente e spinto a comprare il libro e` stata la professione dell’autore… Me lo sono fatto regalare
e poi e` rimasto per mesi sullo scaffale: ho letto diverse recensioni in cui Paolo Giordano veniva paragonato a Niccolo` Ammaniti, o addirittura definito un Ammaniti ‘elementare’. La cosa mi ha decisamente spaventato: dopo aver letto “Ti prendo e ti porto via“ di Ammaniti ho avuto bisogno di mesi per riprendermi dal trauma… Invece Giordano secondo me e` diversissimo da Ammaniti: scrive con molta grazia, non si compiace affatto del particolare trucido, persino le cose piu` atroci le accenna soltanto, le fa intuire senza descriverle. Questo e` un aspetto che ho molto apprezzato. L’autore spesso stende un velo di discrezione, per esempio la parola ‘anoressica’ non viene mai pronunciata apertamente se non dalla protagonista, Alice, stessa.
Mi ha colpito il fatto che il trauma subito da Alice e Mattia abbia influito cosi` tanto sul loro futuro. I due protagonisti si autopuniscono a vita, perche` in fondo si ritengono personalmente responsabili di drammi la cui vera responsabilita` e` dei loro genitori (sia per l’imposizione delle lezioni di sci nel caso di Alice, sia per aver affidato a Mattia bambino la sorella cosi` problematica).
IL titolo del romanzo prende spunto dai numeri primi, divisibili solo per se stessi e per uno. Fra questi, esistono dei numeri ancora più particolari, definiti dagli studiosi “primi gemelli”: sono due numeri primi separati da un unico numero. L’11 e il 13, il 17 e il 19, il 41 e il 43… A mano a mano che si va avanti questi numeri compaiono sempre con minore frequenza, ma, se si continua a contare, ecco che ci si imbatterà in altri due numeri primi gemelli, vicini nella loro solitudine. “Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non l’aveva mai detto”.
Il romanzo e` delicato e terribile allo stesso tempo. La tristezza della vicenda e` cosi` profonda, e mi aspettavo un finale cosi` tragico, che invece ho apprezzato molto cio` che di buono c’e’ nel finale: lui che finalmente va a vedere l’alba, e tira fuori dalla tasca il numero di telefono di Nadia, e lei che sembra recuperare un po` di voglia di vivere, sembra guardare con un briciolo di ottimismo alla sua vita futura, sembra persino voler recuperare il rapporto col marito.
Insomma, va letto senza troppe aspettazioni, non e` certo un capolavoro, ma mi e` piaciuto.
ho letto il libro qualche mese fa… e ho pensato: cazzo la vita è troppo breve per leggere l’ennesimo libro su come iniziare una cura antidepressione.
questo è quello che penso, dei libri di oggi.
che sono solo un luogo dove gli scrittori svuotano il loro malessere.
ma sai una cosa? è che il malessere può essere originale.
come il primo artista che ci ha presentato la merda come arte e noi l’abbiamo accettata per il semplice fatto che era il primo o forse perchè ne condividevamo la filosofia o tante altre motivazioni… che sicuramente vanno al di fuori del senso estetico del bello.
i libri, sono lo stesso. i libri di oggi sono una grande pattumiera di droga, alcol, sesso, depressione, malinconia, rabbia, orrore, dolore … morte.
la vita è forse è un pelino di più di questo e forse quel pelino in più andrebbe raccontanto…
io non li capisco gli scrittori di oggi… sembrano che facciano a gara per chi racconta il caso umano più patologico, a gara per descrivere l’oblio del mondo, la sua apocalisse…