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Castagne e malvasia

In questo autunno che sembra un’estate che non vuole andar via, ho scoperto un accoppiamento molto gradevole: castegne bollite in sale e alloro accompagnate da dell’ottimo Malvasia di Salina, acquistato sul posto nel recente (e gia` oggetto di nostalgia) viaggio alle Eolie.

Non e` esattamente come mangiare pesche e malvasia, ma non e` male.

Non escludo, stasera, un brindisi 😉

Prima di morire i gabbiani agitano freneticamente le ali in una sorta di danza macabra. Montalbano si lascia incantare dal gabbiano morente dalla finestra della sua casa di Marinella…”

Dopo la delusione che ho provato con  “L`eta` del dubbio”, questo libro e` tornato all’altezza dei precedenti sulle avventure del  Commissario di Vigata. La malinconia degli ultimi romanzi c’e’, ma preferirei chiamarla realismo. Carina la chiosa sul “Montalbano televisivo”. Curata la storia. Una sola nota dolente: ma povera Livia! Ma non c’era proprio spazio nemmeno per una telefonatina prima della fine del romanzo?

Voglia di ‘sud’

Quest’anno posso dire di aver soddisfatto la mia costante voglia di sud. Dopo due settimane di vacanza nella mia amata Sicilia (che meriterebbero un post a parte: Lipari, Vulcano, Filicudi…) in questo settembre sono andata a Napoli e Bari.

Non visitavo Napoli da quelle due mitiche settimane a Castellamare di Stabia con papa`, in quarta elementare, io e lui da soli. Ah no, forse c’ero tornata in gita scolastica al ginnasio, ma di quella gita da incubo l’unica cosa che ricordo e` una terribile discoteca di Sorrento, (la mia prima, e per molti anni ultima, discoteca).

Be`, non c’e’ da meravigliarsi che Posillipo e Mergellina siano cosi` famosi nel mondo. E che dire di Nisida, un sogno da quando compravo ancora i vinili di Edoardo Bennato. Non ho avuto tempo per fare la turista, se non una lunga, bellissima, passeggiata notturna. E per le vie di Chiaia, in piazza del Plebiscito, sul lungomare, in via Caracciolo, mi sono sentita tranquilla, al sicuro anche se era mezzanotte, a passeggiare nelle strade piene di persone che si godevano quella bella serata di fine estate. Proprio come quando da ragazzina, col mio papa`, avrei fatto qualsiasi cosa e sarei andata dappertutto perche` tanto quando ero con lui non mi poteva accadere niente.

A Bari sono venuta per la prima volta, anche se in Puglia sono gia` stata molte volte.  Mi colpisce sempre questo senso di ricchezza delle citta`, che uno non si aspetterebbe in una citta` del sud. Una ricchezza che non e` solo economica e non si misura solo dalla lucentezza dei negozi (che peraltro sono luminosi e belli), ma anche culturale e si potrebbe misurare col numero di teatri importanti (nel raggio di un chilometro ne ho trovati ben tre: il Piccinni, il Margherita e il famoso Petruzzelli).  Mi ha colpito anche la pulizia (forse perche` tutti gli edifici sono bianchi, o perche` ormai sono rassegnata alla perenne sporcizia della mia citta`?) e l’eleganza delle persone per strada, in una giornata feriale qualsiasi e senza sembrare che dovessero partecipare ad  alcuna ricorrenza speciale. Forse questa mia ultima affermazione e` dettata dalla  superficialita`, visto che pensandoci bene, mi sono imbattuta in ben due matrimoni in un  mercoledi` mattina.

Un punto in comune: l’estrema gentilezza delle persone, che se temono che tu possa perderti invece che limitarsi a indicarti la strada si offrono di fare un tratto di strada insieme. Una eccezionale signora sull’autobus a cui avevo chiesto che mi indicasse quando arrivavamo alla mia fermata, quando e` dovuta scendere si e` rivolta agli altri passeggeri, perche` qualcuno di loro mi aiutasse. Un  anziano signore si e` offerto di darmi un biglietto dell’autobus (e non voleva che glielo pagassi!) perche` se fossi andata a comprare i biglietti avrei perso l’autobus che stava arrivando. Una signora mi ha indicato la strada per la chiesa di San Nicola con un ‘percorso sicuro’, e una suora mi ha addirittura accompagnato fino al punto da cui ‘non potevo piu` sbagliare’. Vorrei sottolineare che sono una persona normale, in genere non induco negli altri tali sitinti di protezione.

Insomma, la mia voglia di sud e` aumentata ancora.

La casa della moschea

Di nuovo un bellissimo romanzo ‘importante’ di Kader Abdolah.

Si racconta la storia della famiglia di Aga Jan, ricco mercante di tappeti e capo del bazar, che da secoli e` responsabile  della moschea di Senjan, in  Persia, e vive nella casa adiacente alla moschea. La storia comincia ai tempi dello scia` Reza Palevi che vuole imprimere una spinta modernizzatrice al paese, ma non raggiunge le zone rurali lontane da Teheran.  Contemporaneamente gli ayatollah di Qom preparano una reazione oscurantista. Ghalghal, che un giorno arriva a Senjan per chiedere la mano della figlia di Alsaberi, l’imam della moschea, incarnera` la rivolta degli ayatollah, divenendo braccio destro di Khomeini e crudele ‘giudice di Dio’.  Ci sono molti personaggi affascinanti, uomini e donne. Alcune pagine raggiungono un altissimo lirismo, penso per esempio al figlio di Aga Jan che riconosce Ghalghal nel giudice di Dio, ma non rinnega i valori a cui il padre lo ha educato, e perdera` la vita per questo. E poi lo struggente capitolo in cui Aga Jan accompagnato dall’amato nipote  (che, partecipando alla rivolta armata dei gruppi politici di sinistra contro gli ayatollah sara` costretto a fuggire all’estero, in Olanda appunto, per mettersi in salvo) cerca nella notte una tomba ‘onorevole’ per il figlio giustiziato. Come non ricordare la descrizione della moglie di Khomeini, Batul, una donna invisibile, nascosta  nel suo chador, che uno dei protagonisti, Nosrat, regista e fotografo decide di “spiare”, perchè intravede in lei uno spiraglio di ribellione ad una cultura che mortifica da secoli le donne.

Questo  libro incanta,  il bravissimo Kader Abdolah ci affascina  con un  racconto denso di nostalgie per la terra lasciata e per le persone che non ci sono piu`. Bellissime sono le descrizioni di questa Persia cosi` lontana da noi. La religione occupa un ruolo importante, e  non poche volte dimostra più umanità delle interpretazioni che ne danno gli uomini. Bellezze e brutture sono raccontate con uno stile elegante, mai volgare, non si condanna ne` si assolve nessuno, lasciando al lettore la responsabilità di un giudizio.

Insomma, un libro bellissimo.

Ho letto per primo il secondo libro di Jonathan Safram Foer, “Extremely Loud & Incredibly Close”, e mi e` piaciuto cosi` tanto da spingermi a comprare il suo primo, famoso romanzo.

Con una vecchia fotografia in mano, il giovane studente Jonathan Safran Foer visita l’Ucraina per trovare Augustine, la donna che  salvo` suo nonno dai nazisti. Lo accompagna nella sua ricerca un coetaneo ucraino di nome Alex. Alex lavora per l’agenzia di viaggi di famiglia, insieme al nonno autista che si porta sempre dietro la cagnetta  Sammy Davis Jr Jr, chiamata cosi` in onore del cantante preferito dal nonno.

Il libro si articola su tre livelli: il racconto al  passato, scritto da Jonathan, della storia dello shetl “Trachimbrod”, dove i suoi antenati  sono vissuti, il racconto al presente del viaggio in Ucraina, e le lettere che Alex scrive a Jonathan.

La traduttrice ha avuto veramente un  compito difficile per rendere in italiano la ‘strana’ lingua inglese in cui Alex si esprime.

E’ indubbiamente un libro strano, articolato, tortuoso e di non facile lettura… ma riesce a compensare tutto con alcuni capitoli cosi poetici e ironici che alla fine scorre velocemente…

Dopo avere letto “Molto forte, incredibilmente vicino” mi aspettavo di piu`, ma indubbiamente ci sono molte parti bellissime. Come nell’altro romanzo, anche qua mi e` piaciuta la sua maniera di descrivere  i nonni, che trasmettono ai più giovani la memoria, un rivivere doloroso per non dimenticare.

Insomma, sicuramente Jonathan Safran Foer e` un giovane scrittore pieno di talento di cui mi auguro di leggere presto qualche altra opera.

Chi ha l’onore…

…. e l’onere di servire il Paese (senza servirsene), per di più con una larga maggioranza, quale mai si era vista nella storia della Repubblica, è doveroso che si dedichi a questo importante compito senza “distrazioni”, che un capo di Governo non può permettersi. L’alta responsabilità comporta restrizioni di movimenti e comportamenti adeguati alla carica, per servire a tempo pieno il Paese e dedicarsi totalmente al “bene comune” dei cittadini.

A maggior ragione oggi, che il Paese è alle prese con una delle più gravi crisi economiche (ma anche morali) che abbia mai affrontato, con moltissime famiglie sulla soglia della povertà, lavoratori senza più occupazione e giovani precari a vita, senza futuro e speranza. Che esempio si dà alle giovani generazioni con comportamenti “gaudenti e libertini”, o se inculchiamo loro i valori del successo, dei soldi, del potere: traguardi da raggiungere a ogni costo, anche tramite scorciatoie e strade poco limpide?

Oggi il Paese più che di polveroni e distrazioni, necessita di maggiore sobrietà, coerenza e rispetto delle regole. E, soprattutto, chiarezza. Non solo a parole, ma concretamente, con i fatti. A poco servono imbarazzanti e deboli difese d’ufficio dei vari “corifei”, “caudatari” o “maschere salmodianti” (come li ha definiti qualcuno), che ci propinano a ogni ora ritornelli e moduli stantii, a difesa dell’indifendibile. Onel tentativo “autolesionista” di minimizzare tutto, spostando la mira su altri bersagli. Ancora peggio, poi, quando “la pezza è più grande dello sbrego” come si dice, e si definisce il presidente del Consiglio «l’utilizzatore finale» di un giro di prestazioni a pagamento (ammesso che sia vero), e si considerano le donne “merce”, di cui «si potrebbe averne quantitativi gratis». Naturalmente.

Non basta la legittimazione del voto popolare o la pretesa del “buon governo” per giustificare qualsiasi comportamento, perché con Dio non è possibile stabilire un “lodo”, tanto meno chiedergli l’”immunità morale”. La morale è uguale per tutti: più alta è la responsabilità, più si ha il dovere del buon esempio. E della coerenza, che è ancora una virtù, e dà credibilità alle persone e alle loro azioni.

Sull’operato del presidente del Consiglio oggi fanno riflettere certi silenzi “pesanti”, anche all’interno della stessa maggioranza. La Chiesa, però, non può abdicare alla sua missione e ignorare l’emergenza morale nella vita pubblica del Paese. Nessuno pensi di allettarla con promesse o ricattarla con minacce perché non intervenga e taccia. ….

…Non si può far finta che non stia succedendo nulla, o ignorare il disagio di fasce sempre più ampie della popolazione, e dei cristiani in particolare.

Il problema dell’esempio personale è inscindibile per chiunque accetta una carica pubblica. In altre nazioni, se i politici vengono meno alle regole (anche minime) o hanno comportamenti discutibili, sono costretti alle dimissioni. Perché tanta diversità in Italia? L’autorità senza esemplarità di comportamenti non ha alcuna autorevolezza e forza morale. È pura ipocrisia o convenienza di interessi privati. Chi esercita il potere, anche con un ampio consenso di popolo, non può pretendere una “zona franca” dall’etica. Né pensare di barattare la morale con promesse di leggi favorevoli alla Chiesa: è il classico “piatto di lenticchie”, da respingere al mittente.

Parlando di De Gasperi, grande statista trentino, Benedetto XVI l’ha indicato come modello di moralità per i governanti: «Il ricordo della sua esperienza di governo e della sua testimonianza cristiana siano di incoraggiamento e stimolo per coloro che reggono le sorti dell’Italia, specialmente per quanti si ispirano al Vangelo». «De Gasperi», ha aggiunto il Papa, «è stato autonomo e responsabile nelle sue scelte politiche, senza servirsi della Chiesa per fini politici e senza mai scendere a compromessi con la sua retta coscienza».
..Di fronte all’Italia che arranca, di fronte al polverone mediatico sulle vicende del premier, i problemi reali del Paese (famiglia, lavoro, immigrati, riforme…) sono passati in secondo ordine. C’è da augurarsi, quanto prima, che da una “politica da camera da letto” si passi alla vera politica delle “camere del Parlamento”, restituite alla loro dignità e funzioni. Prima che la fiducia dei cittadini verso le istituzioni prenda una via senza ritorno. A tutto c’è un limite. Quel limite di decenza è stato superato. Qualcuno ne tragga le debite conseguenze.

Tratto da una risposta  di   Don Antonio Sciortino su Famiglia Cristiana, di fronte allo sconcerto manifestato da  molti lettori


Fondamentalmente mi e` piaciuto.
Confesso che la cosa che mi ha incuriosito maggiormente e spinto a comprare il libro e` stata la professione dell’autore… Me lo sono fatto regalare 🙂 e poi e` rimasto per mesi sullo scaffale: ho letto diverse recensioni in cui Paolo Giordano veniva paragonato a Niccolo` Ammaniti, o addirittura definito un Ammaniti ‘elementare’. La cosa mi ha decisamente spaventato: dopo aver letto “Ti prendo e ti porto via”  di Ammaniti ho avuto bisogno di mesi per riprendermi dal trauma… Invece Giordano secondo me e` diversissimo da Ammaniti: scrive con molta grazia, non si compiace affatto del particolare trucido, persino le cose piu` atroci le accenna soltanto, le fa intuire senza descriverle. Questo e` un aspetto che ho molto apprezzato. L’autore spesso stende un velo di discrezione, per esempio la parola ‘anoressica’ non viene mai pronunciata apertamente se non dalla protagonista,  Alice, stessa.

Mi ha colpito il fatto che il trauma subito da Alice e Mattia abbia influito cosi` tanto sul loro futuro. I due protagonisti si autopuniscono a vita, perche` in fondo si ritengono personalmente responsabili di drammi la cui vera responsabilita` e` dei loro genitori (sia per l’imposizione delle lezioni di sci nel caso di Alice, sia per aver affidato a Mattia bambino  la sorella cosi` problematica).

IL titolo del romanzo prende spunto dai numeri primi, divisibili solo per se stessi e per uno.  Fra questi, esistono dei numeri ancora più particolari, definiti dagli  studiosi  “primi gemelli”: sono due numeri primi separati da un unico numero. L’11 e il 13, il 17 e il 19, il 41 e il 43… A mano a mano che si va avanti questi numeri compaiono sempre con minore frequenza, ma, se si continua a contare, ecco che ci si imbatterà in altri due numeri primi gemelli, vicini nella loro solitudine. Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non l’aveva mai detto”.

Il romanzo e` delicato e terribile allo stesso tempo. La tristezza della vicenda e` cosi` profonda, e mi aspettavo un finale cosi` tragico, che invece ho apprezzato molto cio` che di buono c’e’ nel finale: lui che finalmente va a vedere l’alba, e tira fuori dalla tasca il numero di telefono di Nadia, e lei che sembra recuperare un po` di voglia di vivere, sembra guardare con un briciolo di ottimismo alla sua vita futura, sembra persino voler recuperare il rapporto col marito.

Insomma, va letto senza troppe aspettazioni, non e` certo un capolavoro,  ma mi e` piaciuto.